⚠️ ATTENZIONE SPOILER Questo articolo contiene spoiler riguardanti il gioco in questione.

Mi è sempre piaciuto l’horror in generale, a prescindere dal media con cui venisse rappresentato (film, libri, videogiochi…). Nell’ambiente videoludico, tuttavia, ha secondo me un fascino tutto suo. Non si è spettatori passivi come in un film o in un racconto, bensì si è protagonisti degli eventi che stanno accadendo e spesso responsabili delle proprie azioni.

Di sottogeneri horror ne esistono diversi: splatter, slasher, paranormal, body horror… ma tra tutti questi i miei preferiti sono due: cosmic horror e psychological horror.

Unmasked fa parte del secondo genere.

Il problema dell’horror

Uno degli aspetti fondamentali, secondo me, dell’horror psicologico è il tipo di sensazione evocata. Molto spesso questa non è la classica “paura”. Per definizione, la paura è un’emozione primaria e universale che funge da meccanismo di difesa. Ma da cosa dovremmo difenderci in un videogioco o in un film? Siamo già al sicuro.

Ci immedesimiamo nel personaggio in pericolo, chi più chi meno, ma spesso questo non basta a spaventarci davvero.

C’è chi si annoia con l’horror perché i semplici jumpscare, fantasmi, zombie o situazioni paranormali in generale non sono sufficienti. Negli anni siamo stati così esposti a prodotti horror che molti di noi sembrano ormai quasi anestetizzati a certi meccanismi del genere. Sempre gli stessi pattern, sempre gli stessi cliché.

Terrore Vs Paura

Abbiamo detto che la paura è un’emozione universale e innata. Nell’horror funziona fino a un certo punto, ma poi il cervello capisce che siamo al sicuro e smette di metterci realmente in guardia.

Ed è qui che l’horror più efficace riesce a distinguersi.

Per spaventare qualcuno, molto spesso, serve una sensazione diversa dalla semplice paura: il terrore.

Se la paura è una risposta immediata a una minaccia percepita, il terrore è qualcosa di più subdolo. È la sensazione di impotenza di fronte a qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. È tensione, anticipazione, panico. È la consapevolezza che qualcosa non va, senza sapere esattamente cosa.

Si tratta di una sensazione più difficile da evocare, ma anche molto più persistente.

Uncanny Valley

Ma a volte neanche il terrore basta.

Esiste una sensazione diversa, difficile da definire e spesso associata al concetto di uncanny valley.

Quando si sente nominare questo termine si pensa quasi sempre ai classici esempi di robot umanoidi o personaggi digitali che sembrano umani senza esserlo davvero. Personalmente, però, ho sempre trovato più interessante un’interpretazione più ampia del concetto.

L’essere umano è incredibilmente bravo a riconoscere schemi e comportamenti. Ogni giorno osserviamo persone, ambienti e situazioni costruendoci inconsciamente un’idea di ciò che è normale. Quando qualcosa infrange queste aspettative, non sempre proviamo paura. A volte proviamo semplicemente disagio.

È una sensazione particolare, perché spesso non esiste una minaccia concreta. Non c’è necessariamente qualcosa che vuole farci del male e non sempre riusciamo a spiegare cosa ci disturba. Sappiamo soltanto che qualcosa non torna.

Una persona può sembrare perfettamente normale e allo stesso tempo apparire inquietante. Un luogo può essere familiare eppure trasmettere una sensazione sbagliata. Una conversazione può sembrare innocua, ma lasciare la sensazione che ci sia qualcosa di nascosto sotto la superficie.

Credo che l’uncanny valley nasca proprio da questa contraddizione. Il cervello riconosce un’anomalia ma non riesce a identificarla con precisione. È come vedere un errore senza riuscire a capire dove si trovi.

In Unmasked ho cercato di costruire gran parte dell’atmosfera attorno a questa idea.

Durante il giorno Elkwood sembra un parco assolutamente normale. I visitatori indossano maschere da lupo, ma esiste una spiegazione plausibile. Il proprietario appare cordiale e professionale. Persino il questionario di assunzione, per quanto leggermente insolito, non sembra abbastanza strano da destare sospetti immediati.

Eppure qualcosa continua a sembrare fuori posto.

Perché tutte le maschere sono proprio maschere da lupo? Perché un lavoro solitario come quello della guardia notturna richiede domande sul lavoro di gruppo? Perché alcuni commenti del proprietario assumono un significato completamente diverso una volta conosciuta la verità?

Nessuno di questi elementi è inquietante preso singolarmente. Il disagio emerge quando vengono osservati insieme. È in quel momento che il giocatore inizia a percepire una discrepanza tra ciò che vede e ciò che sta realmente accadendo.

La cosa che trovo più interessante è che il gioco prova anche a ribaltare il significato delle maschere stesse.

Normalmente una maschera serve a nascondere qualcuno. In Unmasked, invece, quasi tutte le persone che indossano una maschera sono innocue. Chi nasconde davvero qualcosa è l’unica persona che inizialmente mostra il proprio volto.

Quando il proprietario indossa la maschera da wapiti durante la notte sembra quasi che il mostro si stia finalmente rivelando. In realtà il giocatore scopre che il mostro era presente fin dall’inizio. La maschera non lo trasforma in qualcosa di diverso, ma rende semplicemente visibile qualcosa che era sempre stato lì.

Ed è forse questo l’aspetto dell’uncanny valley che più mi affascina: non la paura di ciò che è sconosciuto, ma il momento in cui realizziamo che qualcosa che consideravamo normale non lo era affatto.